Tre minuti e sedici secondi. Tanto dura Al mio paese, il singolo firmato da Serena Brancale, Levante e Delia — finalista dell’ultima edizione di X-Factor. Tanto basta per scatenare un diluvio di polemiche sui social e sulle testate culturali italiane. Eppure, mentre i commentatori discutono di stereotipi e turismo da cartolina, la canzone scala le classifiche. E qualcosa vorrà dire.
Perché tutti si arrabbiano con una canzone sul Sud?
La critica più ricorrente è quella del folklore da cartolina: la canzone dipingerebbe un Sud irreale, da depliant turistico, fatto di piazze sempre piene, signore sulle sedie e lenzuola stese al sole. Un’immagine consumata, dicono. Un cliché, aggiungono. Poi aprono Instagram e ci mettono un filtro vintage sopra alla foto del borgo in cui sono nati.
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio in questo tipo di critica. La stessa Italia che per decenni ha costruito l’indotto culturale ed economico de Il Commissario Montalbano — un prodotto turistico bello e buono, osannato dalla RAI e dalle agenzie di viaggio — oggi si indigna per tre artiste che cantano della propria terra con affetto genuino. Il problema non è la canzone. Il problema è chi ascolta.
Le signore sulle sedie quando torno al mio paese / Con le piazze sempre piene quando torno al mio paese
Questi versi non sono uno stereotipo: sono una fotografia. Esistono ancora — per fortuna — migliaia di borghi italiani in cui questa scena si ripete ogni pomeriggio, ogni estate. Se non li conosci, è perché non li hai mai abitati davvero. O perché li hai lasciati troppo presto per ricordarteli bene.
La geografia emotiva di chi è andato via
C’è un’intera generazione italiana — quella nata tra gli anni Ottanta e i Novanta, cresciuta al Sud o in province di medie dimensioni — che a un certo punto ha fatto le valigie. Milano, Roma, Torino, Berlino, Londra. Il lavoro era lì. Le opportunità erano lì. E il paese, il vero paese, è rimasto indietro nel tempo e nella mappa.
Per queste persone, Al mio paese non è una canzone estiva. È un trigger emotivo preciso. È il profumo del sapone di Marsiglia sui panni stesi in un vicolo stretto. È Mariarita che stende le lenzuola bianche. È il fatto che qui nessuno va di fretta — non per pigrizia, ma perché il tempo ha una densità diversa. Chi ha vissuto lontano da casa sa esattamente di cosa stanno parlando Serena Brancale, Levante e Delia. E chi non lo sa, forse, non ha mai davvero lasciato nulla.
Serena Brancale, Levante e Delia: tre voci, un’identità
Il progetto è anche musicalmente interessante. Serena Brancale porta con sé una carriera costruita sulla commistione tra soul, jazz e sonorità mediterranee — da Serenata in poi, è una delle voci più riconoscibili della scena italiana contemporanea. Levante ha da sempre un rapporto viscerale con il Sud e con la Sicilia, un’identità che non ha mai nascosto. Delia, rivelazione dell’ultimo X-Factor, porta energia e freschezza a un impianto sonoro che avrebbe potuto essere semplicemente nostalgico, ma che invece respira.
Il risultato è un singolo che funziona su più livelli: è immediato abbastanza da girare in radio, è letterario abbastanza da reggere un ascolto attento, è emotivo abbastanza da farti venire voglia di chiamare tua madre.
Il politically correct e la parola paese
Uno degli attacchi più bizzarri al brano riguarda l’uso della parola “paese”: troppo vaga, troppo generica, appiattisce le differenze regionali. Davvero? Quanti di noi — meridionali fuori sede, ma anche veneti a Milano, abruzzesi a Londra, siciliani a Berlino — usano esattamente quella parola quando parlano di casa? Torno al paese. Vado al paese. Non è sciatteria linguistica: è appartenenza.
Il politically correct è diventato una delle forme più sterili di critica culturale. Pretende rigore geografico e antropologico da una canzone pop, salvo poi ignorare che la funzione della canzone pop è esattamente questa: fare da specchio collettivo. E questo specchio, evidentemente, riflette qualcosa che fa ancora male — o fa ancora molto piacere — a seconda di dove sei stato e di cosa hai lasciato.
Panni stesi e comfort zone: la poesia del quotidiano
Mariarita che stende / Le lenzuola che volano bianche sulle bancarelle / Qui non andiamo di fretta
C’è una scena che colpisce ogni volta che si rilegge il testo. I panni stesi. Le lenzuola bianche che volano. In tante città italiane del Nord è vietato stendere sui balconi — è antiestetico, si dice. E invece, trovare un vicolo dove qualcuno ha ancora il coraggio di farlo è un colpo allo stomaco nel senso migliore. Un momento di riconoscimento. Un «sono ancora qui».
Questa è la materia di cui è fatta Al mio paese: il quotidiano come atto poetico. Non i grandi paesaggi da cartolina, non i tramonti sullo Stretto, non la luce dorata della Magna Grecia. Le sedie fuori dai portoni. Il profumo del bucato. Mariarita. Dettagli minuscoli che contengono tutto.
Perché questa canzone vi farà venire voglia di condividerla
Ogni estate ha la sua canzone. Ma non ogni estate produce qualcosa che sopravvive alla stagione. Al mio paese ha quella qualità rara: parla a chi ha qualcosa da ricordare, a chi ha qualcosa da rimpiangere, a chi porta ancora con sé un territorio che geograficamente ha lasciato da anni.
Se siete cresciuti in un posto che non si trova sulle guide turistiche. Se usate ancora la parola paese senza virgolette. Se avete un nome — una Mariarita, una zia Rosa, una nonna qualunque — che vi appare in mente quando tornate. Allora questa canzone è vostra. Mandatela a qualcuno che capisce. Non ha bisogno di spiegazioni.
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